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CHIAVEGHINO
I coniugi Persichelli commissionarono la pala per la nuova chiesa di
Casalmorano al più accreditato pittore attivo in quel momento a Cremona, Andrea
Mainardi detto il Chiaveghino.
Il Mainardi era giunto in quegli anni all’apice del suo percorso artistico e
della sua personale fortuna: sulla scena cremonese, dopo la scomparsa di
Vincenzo Campi e la partenza per Parma del Molosso,non aveva altro rivale se non
Gervasio Gatti.
I suoi inizi non erano stati per la verità né precoci né particolarmente
brillanti e solo faticosamente il giovane pittore era riuscito ad emanciparsi
dalla condizionante influenza dei maestri, Giulio e Bernardino Campi.
La sua opera prima, il grande affresco del 1577 per il coro di Sant’Agostino a
Cremona, fu dipinto a trent’anni o quasi, ma è l’opera di un esordiente.
Il pittore si muove faticosamente nell’alveo campesco e indugia con diligenza da
principiante, sui ricami e le frange delle stoffe, rialzandole peraltro di
riflessi resi con naturalezza ottica.
Pur segnando il graduale superamento delle incertezze iniziali, tutte le opere
degli anni Ottanta per Verola, Cremona, Calcio e Pandino, non evadono dalla
stretta ortodossia campesca trasposta in formule di semplificata austerità,
allineate alla visione dell’arte sacra che si era imposta a Cremona già dal
settimo decennio.
Nella Crocifissione con i Santi Bernardino e Caterina da Siena del 1583,
punto di riferimento del pittore resta Giulio Campi da cui dipendono in buona
parte le tipologie fisionomiche, mentre è Bernardino a dettare la grammatica
compositiva, fondata su calibrate simmetrie appena attenuate dalla variatio
gestuale, e a ispirare il registro di blanda e di composta devozionalità.
Solo nelle pale per le parrocchiali di Pandino e di Busseto del 1589, le
calligrafie lineari, la preziosità cromatica e alcuni tratti di deliberato
arcaismo preludono a sviluppi che si precisano nel decennio successivo, quando,
con la maturità stilistica, il Chiaveghino raggiunge piena consapevolezza del
suo ruolo di pittore sacro, al servizio di una committenza schierata a
intransigente difesa delle fede cattolica e dei tesori dottrinali riconfermati
dal Concilio.
Nel 1610 la famiglia Persichelli commissionò al Chiaveghino la pala per l’ancona
della nuova chiesa di Casalmorano.
Le ambizioni dinastico-feudali della nobile famiglia si saldano alle esigenze
culturali della chiesa.
Nel dipinto le figure appaiono scaglionate in profondità, su due piani distinti,
secondo una soluzione comune ad altre opere del Chiaveghino, ma è nuovo
l’artificio di lasciare libero dalle figure una specie di corridoio centrale che
conduce lo sguardo direttamente al tabernacolo, vero perno ideologico
dell’immagine, isolato in un’atmosfera sospesa, carica di tensione spirituale.
Nella zona inferiore si stagliano in nitidi profili le figure dei dottori
Ambrogio e Gerolamo, presentate in atto di contemplare la scena dell’apparizione
della Vergine a Sant’Idelfonso che, ambientata nel coro di una cattedrale
davanti all’altare, occupa la zona superiore del dipinto.
Secondo le leggende, la Vergine sarebbe apparsa ad Idelfonso arcivescovo di
Toldedo mentre questi entrava nella propria cattedrale per recitarvi il
mattutino: assisa sulla cattedra episcopale, l’avrebbe accolto e lodato per lo
zelo dimostrato nel predicare la sua perpetua verginità, donandogli una pianeta
in segno di riconoscenza.
In effetti Sant’Idefonso aveva scritto un appassionato " Libellus de
virginitate sanctae Mariae contra tres infideles" , che riprendeva le
ragioni già avanzate sull’argomento da Ambrogio e specialmente da Gerolamo, gli
iniziatori della teologia mariana nella chiesa latina.
La pala appare dunque come una singolare esaltazione della vergine attraverso le
figure dei suoi più antichi apologeti.Ma dietro i motivi di ordine teologico si
riconosce il desiderio del nobile Alfonso di celebrare il proprio personale
patrono.
Benché, per salvare le forme, il santo di Toledo sia stato in qualche modo
relegato allo sfondo e ad Ambrogio venga lasciato il posto d’onore,è attorno al
primo che ruota la concezione iconografica del dipinto ed è su di lui che
converge, richiamata dai due dottori in primo piano, l’attenzione dello
spettatore.
Collocata in posizione strategica, in fondo al coro, l’opera doveva ricordare a
fedeli non solo la munificenza del castellano, ma la stessa preminenza acquisita
dalla famiglia nell’ambito della comunità.
Al Chiaveghino venne chiesto di fondere, sotto la guida del prevosto, programma
teologico e celebrazione gentilizia in un dipinto che si rivela capace di
esprimere, nell’intonazione araldica e nella rarefatta atmosfera miracolistica,
gli ideali di un ceto aristocratico che viveva la stagione della restaurazione
feudale, nel clima regressivo dell’avanzata Controriforma.
Il riferimento ai committenti è del resto molto esplicito.
Non solo il blasone dei Persichelli (un alberello di persico o pesco fra bande
diagonali bianche e rosse) dominava un tempo l’ancona, ma di fiori di pesco
appare significativamente ricoperto lo sfarzoso piviale bianco di Sant’Ambrogio
e un altro stemma con alberello carico di frutti vermigli si riconosce nel
paliotto a rabeschi che riveste l’altare nello sfondo della pala, inserito fra
le iniziali A e P .
Lo stemma di destra, bipartito, con una stella azzurra su fondo giallo e una
gialla su fondo azzurro, si fa invece riconoscere per quello dei Ferrari, il
casato di Polissena che dovette contribuire al pagamento dell’opera con le sue
sostanze personali.
Nelle intenzioni del prevosto e dei committenti, la commissione avrebbe non solo
provvisto la chiesa di un’adeguata pala d’altare, ma anche placato antichi
malumori per la scarsa generosità dei nobili locali. Le cose andarono tuttavia
diversamente.
Fin dal 1565 il vescovo Sfondrati aveva lamentato con i responsabili della
chiesa l’assenza di qualsiasi immagine all’altare maggiore sentendosi rispondere
dagli abitanti che "e non avevano un’ancona o un affresco sopra l’altare era
solo per povertà e perché avevano già fatto costruire il coro di tasca propria,
non avendo voluto i prevosti e i nobili del paese concorrere per parte loro".
Il dipinto del Chiaveghino reca la data 1610 e tuttavia ancora nel 1613, la
visita pastorale del vescovo Brivio segnala un’icona nulla, mentre la successiva
visita Campori del1623 precisa la presenza di un piccolo coro dietro l’altare
maggiore, sulla cui parete si trova un’ancona lignea dorata pronta ad accogliere
un dipinto che non c’è ancora.
La pregevole ancona che tuttora ospita la pala, inquadrandola tra semicolonne
corinzie e un architrave intagliato, era stata dunque predisposta per tempo,
senza però che il dipinto venisse consegnato.
Il piccolo mistero viene parzialmente risolto da un’annotazione di pugno del
parroco Giovanni Battista Martinelli in data 23 maggio 1641 sul terzo libro dei
battesimi della parrocchia che documenta l’acquisto del dipinto da parte dei
signori Persichelli.
Varie sono le congetture che potrebbero spiegare la mancata consegna, ma
supporre che l’opera avesse inizialmente scontentato la comunità per il troppo
spazio accordato alla celebrazione familiare non sembra infondato.
Le riserve allora avanzate dovettero indurre i Persichelli a trattenerla per sé
salvo poi cederla a pagamento, una volta sopitesi le polemiche, oltre trent’anni
più tardi.
Lo stesso parroco Martinelli dovette riconoscere, al di là delle implicazioni
iconografiche, la qualità non comune.
La scelta di un punto di fuga tanto alto per un dipinto destinato ad essere
visto dal basso, se da un lato consente di ordinare in profondità un gran numero
di personaggi e dettagli, dall’altro lato provoca un’impressione di astrattezza
spaziale e di irrealtà, calcolata per conferire all’episodio di Sant’Idelfonso
un carattere visionario, accentuato dalla luce soprannaturale che piove
dall’alto, come se la scena effettivamente apparisse ai due santi inginocchiati
in primo piano.
Si tratta comunque di una visione lucidissima, straordinariamente perspicua, che
evidenzia un gusto di ascendenza nordica per le sottili micrografie e rivela nel
Chiaveghino maturo, di cui possiamo qui riconoscere una fra le opere più
rappresentative, la passione singolare per arredi liturgici e suppellettili
sacre, tipica di chierici e cerimonieri.
Merita anzi soffermarsi su certi dettagli resi con miracolosa e lenticolare
esattezza, come il faldistoro dorato con cuscini di drappo verde o il
tabernacolo d’argento con la tabella a secretis scritta parola per parola
o ancora il rocchetto trasparente di San Gerolamo e il fiocco candido,
lievemente sprimacciato, che pende dal camice di Sant’Ambrogio.
Un inserto curioso è il leone dai tratti spiccatamente antropomorfi accovacciato
ai piedi di San Gerolamo proprio accanto alla firma e alla data apposte dal
pittore.
Si tratta probabilmente di un ritratto o dello scherzoso autoritratto di Andrea,
deformato sulla base delle osservazioni del Della Porta sul parallelismo
uomo-leone.
Esattamente allo stesso anno della pala di Casalmorano risalgono i Misteri
del Rosario dipinti per la vicina parrocchiale di Azzanello, opera rimasta
sino a qui negletta ma da ricondurre indubbiamente al Chiaveghino, da annoverare
anzi tra le sue migliori opere per ricchezza inventiva e finezza di notazioni,
come ha contribuito a rivelare un recente restauro.
Altre opere o addirittura serie ideate dal Chiaveghino sono rimaste praticamente
senza seguito a causa della mancanza di una scuola che divulgasse le sue
creazioni.
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